L’inglese in Giappone: davvero non è parlato? Come cavarsela senza conoscere il giapponese
La paura di non saper comunicare è spesso una delle ragioni che spinge le persone ad affidarsi ad intermediari quando si parla di viaggi internazionali. Certo questo è un problema spesso invalidante e limitante ma è così anche in Giappone? Spesso si sente dire che in questo paese nessuno parla inglese: una frase assoluta, a volte allarmistica, spesso ripetuta senza contesto. Ma da dove nasce questa convinzione? E, soprattutto, come ci si muove davvero nella quotidianità quando la lingua sembra un ostacolo più grande di un incrocio di Shibuya all’ora di punta?
La prima constatazione è semplice: l’inglese in Giappone c’è, e anche parecchio. Lo si trova nei cartelli delle stazioni, nei musei, nei menu dei ristoranti delle città più grandi, nelle brochure turistiche, persino nelle istruzioni di molti apparecchi elettronici. Il paradosso giapponese, semmai, non è la mancanza dell’inglese, ma la sua distribuzione: abbondante nella forma scritta, esitante in quella parlata. Molti giapponesi studiano inglese per anni nella scuola dell’obbligo, ma lo usano pochissimo nella vita reale e bisogna considera che si tratta di una lingua estremamente diversa da quella autoctona. Il risultato è una certa timidezza, quasi un pudore linguistico, che porta molte persone a evitare di parlare più per paura di sbagliare che per reale incapacità. Non è raro che un “non parlo inglese” pronunciato con imbarazzo nasconda in realtà un livello più che sufficiente per aiutare un turista o quantomeno a comprendere frasi semplici.
Più chiaro di così! Foto di Walk of Japan
Chi parla inglese e chi no dipende molto dal contesto. Negli aeroporti, negli hotel e nelle grandi catene la comunicazione in inglese fila abbastanza liscia, forse non come uno Shinkansen ma come un misero regionale Trenitalia, ma fila. Nei quartieri meno turistici, nei ristoranti tradizionali o negli alloggi a gestione familiare, invece, si può incontrare una maggiore difficoltà. Non è un rifiuto della comunicazione nè tantomeno razzismo o xenofobia come spesso si legge online: è, piuttosto, il riflesso di una cultura che preferisce evitare qualsiasi rischio di creare disagio, e l’errore – linguistico o non – è spesso percepito come fonte di imbarazzo. È uno dei tanti piccoli meccanismi sociali che rendono il Giappone affascinante e al contempo misterioso per chi arriva dall’estero.
Le situazioni in cui la lingua diventa davvero un ostacolo non sono molte, ma esistono. Una stazione secondaria lontana dal centro, un ristorante senza menu illustrato, una piccola bottega dove il proprietario non ha mai avuto a che fare con turisti: sono momenti in cui si deve improvvisare. Ed è proprio lì che il viaggio diventa interessante. I giapponesi, anche quando non parlano inglese, fanno di tutto per aiutare. Usano gesti, indicano direzioni, fanno piccoli disegni, consultano il telefono, cercano passanti che possano dare una mano. La comunicazione, insomma, non si ferma: cambia forma. Ed è proprio in questo passaggio che si scopre un’umanità e un’accoglienza sorprendente. Certo può capitare di trovare la persona poco disposta ad aiutare, bisogna comunque ricordare che in linea di massima si parla di un paese riservato e laborioso: le persone hanno da fare! Fai attenzione a chi rivolgerti e dai priorità a staff ufficiale e che lavora a contatto con il pubblico prima di fermare persone per strada in abiti civili.
La domanda vera, alla fine, è: come cavarsela senza conoscere il giapponese? La risposta, per quanto semplice, è frutto dell’osservazione di migliaia di viaggiatori. Innanzitutto, essere educati aiuta più di qualunque parola. Nel Paese dove la cortesia è una forma d’arte, un atteggiamento gentile e umile, mai supponente, apre porte che neanche il dizionario più completo saprebbe spalancare. Basta un sorriso, un inchino leggero, un “sumimasen” e spesso si è a posto così.
A questo si aggiunge una risorsa preziosissima: osservare ciò che accade intorno. Il Giappone è un luogo in cui la comunicazione passa moltissimo attraverso i gesti, le abitudini, i rituali e la forma. Guardare come ci si comporta prima di fare qualcosa – come si ordina in un locale, come si entra in un tempio, come si paga alle casse automatiche – spesso evita equivoci e imbarazzi. E quando le parole non bastano, entra in gioco la comunicazione non verbale. Contrariamente all’immagine di popolo poco espressivo, i giapponesi tendono a gesticolare molto. È quasi un piccolo teatro, dove ogni gesto diventa parte del messaggio stesso.
Le cose essenziali sono scritte anche in inglese. Foto di Walk of Japan
La tecnologia, poi, fa il resto. Le app di traduzione con fotocamera oggi funzionano sorprendentemente bene: permettono di leggere al volo menu, cartelli, istruzioni: io mi affido spesso a Google Traduttore perchè i kanji…no grazie. La stessa app può trasformare un dialogo incerto in una conversazione comprensibile anche se un po’ meccanica e impacciata. Con una di queste nel telefono, perfino una cena in un ristorante sperduto può trasformarsi da enigma a esperienza memorabile. Preparare qualche frase di circostanza – nulla di complesso, poche parole chiave – aiuta a muoversi con più sicurezza. Io non delegherei mai ad una persona terza la mia autonomia in un viaggio così avventuroso e bello come può essere un viaggio in Giappone, anche a costo di fare errori e sentirmi in imbarazzo. Anche questo è un modo per mostrare rispetto e volontà di avvicinarsi.
Alla fine, la verità è che incomprensioni, disagi e piccoli imbarazzi sono inevitabili. Succedono a tutti. E sono, in un certo senso, tra le parti più preziose del viaggio. Perché raccontano chi siamo, mettono alla prova la nostra capacità di adattarci, ci obbligano a trovare soluzioni creative e a imparare. Il Giappone, più di molti altri Paesi, trasforma questi momenti in occasioni di crescita personale. Non bisogna averne paura: vanno accolti con curiosità e leggerezza. Sono il sale del viaggio, il ricordo che resta quando si riguardano le foto anni dopo e che riaffiorano magari con piccoli gesti quotidiani.
E quando, di ritorno, racconterai di quella volta in cui nessuno parlava inglese ma alla fine tutto si è risolto con un sorriso e un piatto di ramen arrivato per miracolo al tavolo giusto, ti accorgerai che proprio quei momenti – gli stessi che ti sembravano complicati – sono diventati i tuoi preferiti e ti sembrerà di aver scalato un piccolo Everest, anzi una piccola torre di Babele!
Nei luoghi turistici o di interesse, spesso ci sono targhette descrittive in inglese. Foto di Walk of Japan
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