Come il Giappone Ricorda i Defunti Diversamente da Noi

Quando in Italia novembre si avvicina, è tempo di commerazione dei defunti. È un periodo in cui molte famiglie tornano al cimitero, puliscono le tombe, portano fiori freschi, accendono lumini, e concedono qualche minuto di silenzio per chi non c’è più. Per molti ormai pare un rito imposto, ma è comunque parte della tradizione del nostro Paese. La cultura dei morti dunque è in linea generale ancora legata ad una visione cristiana e al luogo preposto: il cimitero, o campo santo.

Quale parallelismo si può fare allora con il Giappone, un Paese dove il culto degli antenati è radicato in modo differente rispetto all’Italia, ma con una profondità altrettanto intensa? Il Giappone non celebra i defunti nel mese di novembre, e non esiste una “giornata dei morti” così come la intendiamo noi, ma l’idea di mantenere un legame con gli spiriti degli antenati è presente in modo diffuso nella vita quotidiana, nei gesti più piccoli come nelle grandi celebrazioni annuali e non si limita al luogo del cimitero, che comunque è presente e importante.

Cimitero giapponese. Foto su licenza Unsplash

In Italia la visita al cimitero è spesso un evento circoscritto a determinate ricorrenze, in Giappone invece la presenza dei defunti nella vita domestica non è affatto rara. Molte case ospitano un butsudan, un altare buddhista dedicato agli antenati, dove si portano offerte di cibo, incenso e talvolta lettere, fotografie, piccoli oggetti che hanno significato affettivo. Può essere un atto quotidiano, naturale, quasi un proseguimento mondano della convivenza con chi non è più qui. L’idea che lo spirito dei defunti continui a esistere e a vegliare sulla famiglia parla di un Giappone profondamente spirituale, dove la religione è più una trama di abitudini e comportamenti pratici, del tutto laici in realtà, che una codificazione rigida e dogmatica.

La differenza più evidente rispetto all’Italia riguarda proprio il luogo fisico del ricordo. I cimiteri italiani, soprattutto quelli più antichi, sono una sorta di museo a cielo aperto, con cappelle, fotografie, statue, iscrizioni e decorazioni che raccontano storie familiari e generazionali. L’identità della persona resta impressa nel marmo o le lapidi per i più fortunati che non finiscono in un ossario comune.

I cimiteri giapponesi, al contrario, appaiono più anonimi, più essenziali. Le tombe sono spesso costituite da una stele di pietra verticale – il haka – sulla quale compaiono non tanto il nome del defunto in senso occidentale, quanto l’okaimyō, il nome postumo buddhista assegnato dopo la morte. In molti casi, l’intera famiglia condivide lo stesso monumento funerario: un unico pilastro che custodisce più generazioni, rendendo evidente quella continuità che in Italia viene rappresentata dai cognomi ma non sempre aggregata fisicamente nello stesso spazio. Le tombe sono spesso disposte su terreni in pendenza, perché nelle zone urbane lo spazio è scarso, e la presenza di piccoli secchi e mestoli lascia intuire che uno dei gesti più importanti del rito sia quello di lavare la tomba, pulire la pietra, versare acqua sul monumento funebre. Un gesto che sembra racchiudere cura, rispetto e continuità e che conferma la visione dell’acqua come elemento purificatore.

Piccolo cimitero a Kyoto. Foto di Walk of Japan

In Italia la pulizia delle tombe è anch’essa un atto di amore, ma l’acqua ha un valore più pratico che simbolico: si usa per bagnare i fiori, spesso crisantemi che invece in giappone non sono associati al culto dei morti.

Forse la differenza che più colpisce nel rapporto con i defunti tra Italia e Giappone emerge nel modo in cui le celebrazioni collettive vengono vissute. Il due novembre qui da noi ha un tono sobrio e malinconico, dove la memoria si esprime attraverso il raccoglimento ed è spesso associato ad un sentimento di tristezza. In Giappone l’equivalente più vicino è la celebrazione di Obon, che si svolge in agosto. Obon non è una giornata singola, ma una vera e propria festività in cui si ritiene che gli spiriti degli antenati tornino nelle case. Le famiglie puliscono non solo le tombe, ma anche il butsudan, preparano offerte e, soprattutto, si riuniscono. Non è raro che ci siano danze, suoni di tamburi, lanterne accese per guidare gli spiriti. In alcune aree del Paese, le lanterne vengono poi lasciate sulle acque, affinché gli spiriti possano ritornare al loro mondo seguendo il bagliore delle luci. È una festa della memoria che non esclude la gioia: si ricorda chi se n’è andato, ma si celebra anche la continuità della vita. Soprattutto in zone rurali, dove la vita scorre più lenta e le tradizioni sono preservate, ci si può imbattere in questo genere di celebrazioni.

Non stupisce che gli italiani mantengano la memoria dei defunti attraverso la monumentalità dei cimiteri, la forza dei simboli e l’atto di tornare anche solo una volta l’anno in un luogo carico di memoria; dopotutto l’Italia è famosa per il suo patrimonio architettonico e artistico e la capacità di creare bellezza, anche in relazione ad eventi tragici e cupi. I giapponesi invece lo fanno attraverso la quotidianità, un altare domestico, un incenso acceso al mattino, l’acqua versata su una pietra che rappresenta non uno, ma molti antenati intrecciati… dunque una cultura più immanente e sfuggevole e meno ancorata alla fisicità di oggetti e luoghi che comunque esercitano un ruolo importante anche in Giappone.

La necessità di parlare con i morti, di sentire che una parte di loro sopravvive nei gesti che compiamo quotidianamente è comunque un elemento comune a questi due paesi. A novembre, in Italia, mentre le foglie ingialliscono e l’aria si fa fredda, il ricordo dei defunti diventa parte del paesaggio. In Giappone, invece, questo legame non ha stagione: vive nella casa, nei templi, nei cimiteri scolpiti sulla montagna, e si rinnova ogni volta che si accende un bastoncino di incenso.

Visitare un cimitero o mausoleo in Giappone è un’attività che consiglio, per nulla macabra ma anzi rilassante e capace di far avvicinare una cultura lontana in modo solenne ma umile allo stesso tempo e ovviamente sempre con educazione e rispetto, mi raccomando!

Foto su licenza Unsplash


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Pippo Senpai

Sono Filippo, analista software sabaudo con un amore smodato per il Giappone e la passione per le arti e la scrittura. Forse la mia anima è giapponese? O forse sono solo un nerd. Ho creato Walk of Japan per dare ordine alle mie avventure e ai miei pensieri e condividere tutto questo nel modo a me più congeniale: attraverso la comunicazione digitale e le mie competenze IT. Spero questo portale possa diventare il tuo compagno di viaggio in Giappone. Buona avventura!

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Chi è Sanae Takaichi: metallara, amante dei motori e prima donna a diventare primo ministro in Giappone tra speranze e preoccupazioni.